Come avranno avuto modo di notare tutti coloro che vi hanno partecipato, le ultime conviviali del nostro Club sono state contrassegnate da un denominatore comune, una sorta di fil rouge che le ha unite e caratterizzate, ci riferiamo alla passione per il lavoro e per la qualità dei prodotti di cui ci hanno parlato, appunto, gli imprenditori che si sono via via succeduti in veste di relatori. E anche il sig. Domenico Caminiti, parlandoci martedì scorso della fornace “Il vetro dei Dogi” non si è allontanato da questa traccia nel momento in cui ci ha detto di avere lasciato il mondo bancario per avvicinarsi, per pura passione, all’affascinate mondo del vetro d’arte e quindi, necessariamente, a Murano ed alle sue storiche vetrerie che risalgono ad epoche al 1300-1400. Mondo in crisi, ma solo – o quasi solo – per quella parte di esso rappresentata dalle aziende che alla qualità hanno preferito la quantità e che oggi, oltre alla congiuntura economica generale, subiscono la concorrenza dei Paesi orientali che, invece, sembra non toccare le fornaci che, privilegiando la qualità, hanno continuato nel solco della tradizione vetraria lagunare. Scelta difficile questa, non solo perché la lavorazione interamente manuale impedisce l’adozione di forme lineari e perciò più moderne, ma anche perché comporta la necessità di impiegare senza lesinare le foglie d’oro e d’argento che vengono incorporate in abbondanza in quasi tutti i lampadari, oltre che di sostenere il rilevante costo dei maestri vetrai, che si tramandano di padre in figlio i segreti dai quali dipende la buona riuscita dell’opera. A conferma del particolare interesse suscitato dai nostri ospiti e della realtà della quale sono stati buoni testimoni, la serata è stata caratterizzata da un insolito numero di domande e di interventi che hanno dato luogo ad una sorta di botta e risposta che ci ha permesso di apprendere una serie di nozioni che, se ci fossero state propinate in forma diversa, ci avrebbero forse annoiato.
Abbiamo appreso cosa sono le “murrine” – piccolissimi cilindretti di vetro colorato ricavati da “canne” precedentemente “soffiate” e poi raffreddate, che vengono fuse all’interno di una massa fusa per colorala e decorarla – e come le sabbie silicee ricche di carbonati di calcio e sodio vengano fuse in forni a temperature di 1300-1440 gradi, per essere poi colorate con l’impiego di ossidi di vario tipo – cobalto, manganese, cadmio, selenio – e lavorate manualmente in modo che nessun pezzo può mai dirsi simile all’altro. Il tutto finisce poi per essere assemblato in lampadari di straordinaria bellezza, che possono raggiungere dimensioni stupefacenti – anche 10 metri di altezza per 2-3 metri di diametro – e che sono ancora destinati ad ornare i palazzi di regnanti e magnati di mezzo mondo.
Anche ai più attenti, però, è sfuggito un particolare che ci piace evocare per dichiarato “spirito di corpo”: nonostante il perfetto accento veneto il sig. Caminiti è uno dei tanti figli del profondo sud – la sua famiglia proviene infatti da Reggio Calabria – che hanno saputo dimostrare come l’intelligenza, l’intraprendenza e la voglia di lavorare non abbiano patria, ma si possano incontrare ovunque.