Carmen_Pugliese

Pubblico delle grandi occasioni martedì sera all’Antica Perosa. Né poteva essere diversamente, data la presenza di un relatore quale la D.ssa Carmen Pugliese.
Sostituto Procuratore del tribunale di Bergamo, la D.ssa Pugliese rappresenta uno dei magistrati più attivi e competenti a livello nazionale in tema di lotta agli abusi sessuali su minori.

E proprio di un argomento difficile e delicato, quale “maltrattamenti in famiglia e abusi su minori”, ci ha parlato la nostra ospite, con piglio deciso, a tratti necessariamente crudo e volutamente provocatorio. L’esordio è stato parzialmente rassicurante: per quanto il tema sia di estrema gravità e forte impatto sull’opinione pubblica, non è vero che l’abuso sessuale sui minori sia un fenomeno in crescita quantitativa. Quello che cresce è, invece, la sua ‘emersione’; in altre parole, si registra un sempre maggiore numero di casi che non rimangono sotterranei, ma vengono portati a conoscenza della magistratura, rendendo pertanto possibile un intervento. Certo, gli scenari aperti da questa maggiore visibilità del fenomeno sono inquietanti e spesso raccapriccianti, coinvolgendo spesso addirittura bambini in giovanissima età (si parla addirittura di due-tre anni…). Dal punto di vista degli inquirenti, si tratta di un terreno di indagine di grande complessità e delicatezza, in cui la vittima deve essere tutelata al massimo, per evidenti ragioni di natura psicologica e… familiare. Già, perché la grande maggioranza dei casi di abuso sessuale sui minori avviene, in modo sconcertante, proprio fra le pareti domestiche. Le indagini devono tenere conto di una molteplicità di
fattori, a partire dalla stessa fase iniziale di ‘emersione’ del problema, che avviene con modalità diverse rispetto ai casi che riguardano gli adulti. Per ovvie ragioni, infatti, il minore non parla apertamente di quanto gli è capitato, ma la sua denuncia avviene, indirettamente, attraverso dei ‘segni’: mutamenti di carattere, presenza di atti di violenza, di manifestazioni sessuali anomale. Occorre pertanto che siano gli adulti a saper leggere i segni, per poi portarli all’attenzione dell’autorità giudiziaria.

Sala

Nel caso di abusi in famiglia, sono in genere le altre agenzie educative (principalmente scuole e servizi sociali) ad accorgersi di un problema e a segnalarlo agli inquirenti;
in caso di abusi esterni (singoli, comunità varie, società sportive ecc.) le segnalazioni vengono invece principalmente da parte delle famiglie.

Ma cosa succede quando viene segnalato un abuso? Iniziano le indagini, ma è difficile interrrogare un minore, tanto più quanto questi è in tenera età. Se il bimbo è piccolo, si inizia pertanto ad agire sull’ambiente a lui circostante, per poi coinvolgerlo direttamente. Si tratta comunque un campo d’azione molto particolare, che richiede tanta semplicità e pazienza: si deve entrare in rapporto empatico con il minore, guadagnandone a poco a poco la fiducia, nel rispetto totale della sua psicologia e della personalità in formazione. Il pubblico  Ministero deve poi, di fatto, interagire col ‘sistema’ giudiziario: il meccanismo di costruzione delle prove e la prassi giudiziaria sono infatti quelle necessariamente comuni a tutti i tipi di reato. Poiché, tuttavia, non è consigliabile che il minore finisca in tribunale a testimoniare, la legge prevede il meccanismo del cosiddetto ‘incidente probatorio’. Il minore viene interrogato, in una stanza, in compagnia di uno psicologo/assistente; in una sala separata assistono in collegamento-video il giudice e il pubblico ministero. L’ imputato, con il suo avvocato, si trova in altra postazione videocollegata. Si evita così, assai opportunamente, il passaggio della testimonianza in tribunale. A proposito delle testimonianze dei minori, ha precisato la d.ssa Pugliese, si sente spesso l’opinione che questi siano testimoni ‘minorati’ rispetto agli adulti, cioè di scarsa attendibilità. Niente di più falso: spesso il minore possiede una logica migliore, più stringente, dell’adulto, dato che egli stesso esige dall’interlocutore risposte precise e adeguate alla situazione. Occorre aggiungere che quello del riscontro alle testimonianze o denunce, sia per abusi sessuali su minori che, in generale, per maltrattamenti, è un tema estremamente delicato. Spesso ci si trova di fronte a casi di violenza sui figli inventati di sana pianta, prevalentemente in casi di separazione coniugale, da parte di un coniuge che tenta di ‘incastrare’ l’altro a proprio vantaggio. Occorre allora porre estrema attenzione alle terminologie usate dal minore, per rilevarne eventuali artefazioni. Ma chi è in realtà il pedofilo? Non ha connotazioni né fisiognomiche, né di ceto sociale, né di altra natura. Non è possibile escludere a priori una persona in quanto ‘buon padre di famiglia’ o ‘serio professionista’, come viene spesso rilevato dai mass media per puri fini spettacolari; la ‘malattia’ può fare parte del patrimonio genetico di chiunque.

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Restando in tema di mass media, inoltre, la D.ssa Pugliese ha sollecitato tuttavia gli strumenti di informazione a non creare ‘psicosi’ sul tema: altrimenti si finisce per riscontratre drammatiche assurdità, come il sospettare di un nonno che fa un’amorevole carezza al nipotino…! A proposito di chi sostiene, inoltre, che le pene per i reati di abuso sessuale su minori vadano inasprite, la relatrice ha assicurato che il problema non risiede nella maggiore severità, ma nella necessità di assicurare che le pene vengano effettivamente scontate. Cosa che, per vari motivi, spesso non accade. Al termine della relazione si è svolto un vivace dibattito; nel corso delle varie risposte la D.ssa Pugliese ha sottolineato il suo ruolo di operatrice ‘sul campo’, poco incline alle teorizzazioni astratte e molto attenta alla rigorosa applicazione della legge.

In conclusione della serata, quale sentito ringraziamento per la preziosa testimonianza, il presidente Luigi Gelmi ha offerto alla nostra gentile relatrice la medaglia del Club.

Paolo Boselli